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Perché il posizionamento viene prima di ogni campagna

Imprenditore alla finestra del proprio ufficio alle prime luci

La domanda più frequente che un imprenditore ci pone è «come faccio a farmi conoscere?». È la domanda sbagliata, o almeno è la seconda. La prima è: «per cosa voglio essere conosciuto?». Senza una risposta netta, ogni euro investito in comunicazione amplifica un messaggio confuso.

Che cos'è davvero il posizionamento?

Il posizionamento non è uno slogan, non è un logo e non è il tono di voce dei post. È la posizione che occupate nella mente del vostro mercato: il motivo per cui un cliente dovrebbe scegliere voi e non un altro, quando ha davanti alternative credibili.

E non si inventa a tavolino. Si estrae da ciò che l'impresa è davvero — le competenze reali, i clienti che serve meglio, i problemi che risolve in modo distintivo — e da ciò che il mercato è disposto a riconoscere. Una definizione brillante che l'azienda non può mantenere ogni giorno non è un posizionamento: è una promessa destinata a essere smentita.

Pensiamo a un'officina meccanica di precisione abruzzese che lavora per committenti industriali esigenti: il suo posizionamento non nasce da un esercizio creativo, ma dalla risposta onesta alla domanda «perché quei clienti tornano da noi e non dal concorrente più economico?». È da lì che si parte, non dalla grafica.

Perché deve venire prima di sito, social e campagne?

Perché social, sito e campagne sono strumenti di amplificazione: eseguono bene solo se sanno cosa devono dire. Se il messaggio è confuso, l'amplificazione moltiplica la confusione. Investire in visibilità prima di aver deciso il posizionamento significa alzare la voce senza aver deciso cosa dire: si viene notati, non ricordati.

C'è poi una ragione più profonda. Definire il posizionamento significa dare un criterio a tutte le scelte successive: quali canali presidiare, quali contenuti produrre, quali clienti cercare e — soprattutto — quali rifiutare. Senza quel criterio, ogni decisione di marketing è un caso a sé, e l'impresa finisce per rincorrere ogni tendenza del momento.

È per questo che nel nostro metodo Prime Capital la Direzione — le decisioni su posizionamento e promessa di valore — viene prima della Forma e del Movimento: prima si decide dove andare, poi si costruiscono gli strumenti per arrivarci. Fare il contrario significa comprare mezzi di trasporto senza avere una destinazione.

Quali segnali indicano che il posizionamento manca?

Alcuni segnali sono riconoscibili dall'interno dell'impresa, prima ancora che dal mercato. Il primo: i clienti vi confrontano quasi solo sul prezzo. Quando un potenziale cliente non percepisce una differenza, il prezzo diventa l'unico criterio di scelta, e la trattativa si trasforma in un'asta al ribasso.

Il secondo: chiedete a persone diverse dell'azienda di spiegare cosa fate e perché sceglierla, e ottenete risposte diverse. Se la risposta non è condivisa all'interno, non può essere chiara all'esterno.

Il terzo: la comunicazione somiglia a quella dei concorrenti. Stessi argomenti, stesse promesse di qualità e affidabilità, stesse foto. Un'impresa edile che dice «qualità, serietà, esperienza» dice esattamente ciò che dicono tutte le altre — cioè nulla.

Il quarto: il sito e i materiali elencano tutto ciò che l'azienda sa fare, senza gerarchia. È il segnale di una scelta non fatta: chi vuole parlare a tutti finisce per non essere ricordato da nessuno in particolare.

Quali sono gli errori più comuni quando ci si lavora?

Il primo errore è trattare il posizionamento come un esercizio creativo: chiudersi in una stanza, cercare la frase brillante e considerarlo risolto. Il posizionamento è una decisione strategica, non un prodotto di scrittura; la frase arriva dopo, come sintesi di una scelta già fatta.

Il secondo è delegarlo interamente a chi esegue. Un'agenzia serve quando avete già deciso cosa fare e cercate chi lo realizza bene; ma la decisione su chi essere nel mercato spetta all'imprenditore, con il supporto di chi lavora sulla strategia, non sugli strumenti. Chi vende campagne tenderà naturalmente a proporvi campagne.

Il terzo è la paura di escludere. Posizionarsi significa scegliere, e scegliere significa rinunciare a qualcosa: a certi clienti, a certi mercati, a certe promesse. Un produttore alimentare che vuole essere insieme il più artigianale e il più conveniente non ha un posizionamento: ha una contraddizione.

Il quarto è cambiarlo di continuo. Il posizionamento lavora nel tempo, per accumulo di coerenza; ridiscuterlo a ogni stagione azzera il capitale costruito.

Quando non è il momento — e cosa cambia quando è fatto bene?

Va detto con onestà: non sempre è il momento di lavorare sul posizionamento. Se l'impresa è ancora in fase di pura sopravvivenza, se la direzione non è in grado di prendere decisioni condivise, o se non c'è la volontà di sostenere le rinunce che ogni scelta comporta, il lavoro rischia di restare sulla carta. Noi lavoriamo con imprese consolidate, in consolidamento o espansione, con un imprenditore o una direzione coesa che sa decidere: perché il posizionamento è, prima di tutto, una decisione da mantenere.

Quando invece il lavoro è fatto e sostenuto, cambia il modo in cui l'impresa opera ogni giorno. Le proposte commerciali diventano più nette, perché è chiaro cosa si promette e a chi. Il marketing smette di essere un elenco di attività scollegate e diventa l'esecuzione coerente di una direzione. I clienti giusti riconoscono l'azienda più in fretta, e quelli sbagliati si autoselezionano prima, facendo risparmiare tempo a tutti.

È questo il senso del nostro lavoro: aiutare l'imprenditore a decidere, prima di eseguire. Le campagne vengono dopo — e rendono di più proprio perché vengono dopo.

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